PREMESSA: Come Le Rose fioriscono ad Arras anche questa fanfiction è nata un paio di decenni fa (a pensarci bene aggiungere qualche anno) ma ho sentito il bisogno di riscriverla di sana pianta perché contenuto e forma rappresentavano una visione dei personaggi e della storia poco esatta, per non dire assolutamente sbagliata. Ho dovuto modificare diversi elementi narrativi perché cozzavano appunto con l'idea che ho oggi dei personaggi, così diversa da quella che avevo da adolescente e la cosa più faticosa è stata cercare appunto di rimanere sulla stessa "idea" di fondo ma adattandola in modo più coerente coi personaggi. Spero di esserci riuscita. Buona lettura.
Era come quando, nelle mattine che tardava ad alzarsi, la
cameriera entrava in stanza ad aprire le tende della finestra di camera sua e la
stanza veniva inondata dalla luce calda del sole. Allo stesso modo, quella sorta
di coltre che aveva avuto per anni davanti gli occhi era stata finalmente
liberata e poteva osservare con stupore, meraviglia e, lo ammetteva senza mezzi
termini, un pizzico di orgoglio e soddisfazione – del resto vivere in mezzo ai
nobili aveva certamente contribuito e non poco a quanto poteva vedere dinanzi a
sé – il suo attendente muoversi con agilità e assoluta naturalezza in un
contesto che non gli era estraneo ma di cui non si era mai reso protagonista.
Ebbe conferma che la sua non era stata una cattiva idea, anche se in tutta
sincerità non era certa potesse realmente avere un qualche effetto e, sì, non
erano lì per divertirsi ma non è detto che non avessero potuto farlo.
L’ULTIMA
DANZA
Versione
2026
Capitolo Terzo
L’idea le venne in mente un pomeriggio che stavano
prendendo il the insieme, la luce del tramonto che entrava dalle ampie vetrate
del salottino riempiva al stanza di sfumature di arancio. Era tornata per
l’ennesima volta a quella sera, alla sua corsa fuori per sfuggire da quella
situazione imbarazzante, il sollievo di tornare a respirare l’aria fresca della
notte, il luogo isolato nel timore che qualcuno potesse vederla in quelle
condizioni e avvicinarsi a lei. Poi l’aggressione, la sua reazione improvvisa e
imprevista per il ladro che si era poi dileguato raggiungendo le stesse tenebre
da cui era sbucato fuori.
Posto isolato
Lei era da sola
Il sole stava ormai scomparendo dalla loro vista e André
notò che era già da un po’ che aveva smesso di sentire il rumore del cucchiaino
che girava dentro la tazza della sua amica senza aver sentito peraltro il
tintinnio dello stesso sul piattino. Così si volse a guardarla per capire cosa
stesse trattenendo Oscar dal bere e la vide, l’oggetto in argento a mezz’aria
mentre lo guardava ma la mente era altrove, impegnata in qualche imperscrutabile
ragionamento.
“Ma certo, come abbiamo fatto a non pensarci prima. Devi
preparare la lista di tutti i balli delle prossime settimane”
“Cosa?”
“Ma si, pensaci bene. L’altra volta ero da sola – e
mentre parlava si alzò, puntando il cucchiaino verso un attonito André, mentre
continuava la sua spiegazione – ma stavolta tu verrai con me. Io farò in modo di
essere sola ma, nascosto da qualche parte, ci sarai tu ad osservare la
situazione in modo da intervenire al momento giusto”.
Mentre esponeva la sua idea Oscar si faceva sempre più
convinta che quella fosse la soluzione perfetta e non diede ad André nemmeno il
tempo di replicare: del resto, forse l’esperienza passata le sarebbe potuta
tornare utile. Così dicendo, gli diede una pacca sulla spalla e si incamminò
fuori dalla stanza e lasciò un attonito André sentire parole che si
affievolivano sempre di più come “sarta”, “confezionare”, “abiti da sera”, “me e
André”, ma lui troppo sbalordito per replicare, era già impegnato a riflettere
sulle implicazioni di quel piano.
“Per l’ultima volta Oscar: sei sicura di quello che
stiamo facendo?”
La carrozza procedeva costante verso la residenza del
conte Vogüé in cui quella sera era previsto un ballo in maschera in onore del
debutto della loro figlia primogenita in società. E, come ribadiva Oscar, era
l’occasione perfetta: non si svolgeva a corte e non era previsto quindi che
presenziassero né la famiglia reale né quindi i suoi membri più in vista.
Inoltre il fatto che fosse una festa in maschera garantiva loro assoluta
riservatezza: già sarebbe stato difficile immaginare il colonnello della Guardia
Reale in abiti femminili ma, con una maschera al volto, la sua identità sarebbe
stata ancora più al sicuro. Era questo che Oscar continuava a ribadire al suo
amico, mentre il sarto prendeva le misure per confezionargli un abito adeguato
all’occasione e anche adesso, mentre si avviavano verso la loro destinazione.
“Certo che sì”
E sospirò
“Tutto bene?”
“Sì, è solo questo dannato corsetto che mi stringe
troppo”
André soffocò una risata e il buio in questo senso gli fu
di grande aiuto. In realtà era ben consapevole di trovarsi in una sorta di
missione in incognito. Avevano nascosto delle armi, rispettivamente tra le ampie
balze della gonna dell’abito lei e in una tasca interna lui, insieme ad un
pugnale per ogni evenienza. E tuttavia riconosceva la fortuna di potersi trovare
in una situazione che non credeva potesse mai realizzarsi, nemmeno nei suoi
sogni: del resto non avrebbe mai ritenuto possibile che Oscar, un giorno,
potesse indossare un abito da donna, figurarsi di poterle fare da cavaliere.
Fu con questa predisposizione d’animo che arrivarono a
destinazione.
Il valletto aprì la portiera della carrozza. I due si
rivolsero l’un l’altro anche se il buio dell’ambiente impediva loro di vedersi.
“Ci siamo. Dimenticati di essere un attendente: stasera
saremo il conte e la contessa Duvall”
L’uomo si schiarì la voce e scese dalla carrozza,
indossando prontamente la maschera nera sul volto, imitato subito dopo da lei.
Da questo momento in poi avrebbe dovuto mettere in pratica tutti gli
insegnamenti e le pratiche osservate negli anni. Sceso dalla carrozza, si
sistemo i polsini in merletto valenciennes ben visibili dalle maniche della
giacca e tese la mano verso Oscar che si appoggiò ad essa per scendere dal
predellino e raggiungere la posizione accanto all’uomo.
Poteva sentire tutta la tensione nervosa di lui solo
attraverso il tocco delle loro mani.
“Non preoccuparti, nessuno ci riconoscerà”
“Lo spero” disse guardando in basso verso il punto in cui
dovevano esserci i piedi di Oscar, completamente nascosti dall’ampio tessuto di
taffetà.
“Stasera indosso le mie solite scarpe. Altrimenti come
fare a correre se servisse farlo?” lo rassicurò lei mentre un sorriso birichino
le si disegnava sul volto.
Le fiaccole ai margini del sentiero segnavano il percorso
per raggiungere la casa e i due si avviarono insieme agli altri ospiti in arrivo
verso l’ingresso. Mostrarono i loro inviti spudoratamente fasulli e
approfittarono del momento opportuno in cui non c’era nessuno nei paraggi per
farsi presentare all’ingresso ed accedere all’anticamera prima e al salone
principale poi dove aveva luogo la festa. Tutti indossavano la maschera e, anche
se questo permetteva loro di sentirsi più facilmente a proprio agio, preferirono
comunque rimanere ai margini – meglio evitare di esporsi – per esaminare
indisturbati gli ambienti. Fingendo di vagare distrattamente, trascorsero
qualche ora ad esplorare le zone interne che potevano in qualche modo essere
utili al loro scopo; poi uscirono fuori per ispezionare l’esterno. La struttura
dell’edificio non era dissimile a quella di tanti altri: base rettangolare con
dei padiglioni più piccoli ai lati e un giardino che circondava i lati
rispettivamente sud, est ed ovest mentre verso nord l’edificio si affacciava su
una grande terrazza che, a sua volta, garantiva la vista magnifica della reggia
di Versailles. A sud, da dove erano entrati, vi erano i classici giardini
all’italiana con siepi regolari e ben definite, intervallate da fontane e giochi
d’acqua, mentre ai lati la precisione degli spazi era spazzata via da alberi
frondosi e sentieri irregolari che si insinuavano all’interno di un giardino
all’inglese, con statue e panchine immerse in un’oscurità che si dissipava a
tratti da fiaccole che illuminavano fiocamente il sentiero. Quello poteva essere
il posto ideale per un’incursione, qualora quella sera il Cavaliere Nero fosse
stato presente.
Convennero fosse ancora presto e decisero di rientrare,
se non altro per bere e mangiare qualcosa.
“Va tutto bene, André?”
“Si, certo”
Ma in realtà niente andava bene quella sera perché lui
non era in lui quella sera. Non era particolarmente preoccupato di tradirsi in
quanto l’educazione ricevuta e la sua abituale frequentazione della corte gli
avevano permesso di apprendere perfettamente le regole dell’etichetta. Il
problema era che temeva di perdere la concentrazione perché era fin troppo
complicato rimanere impassibili di fronte alla sua amica. Forse era il suo
calzare qualcosa di più comodo – non credeva potesse sentirsi veramente comoda
con tutta quella stoffa da trascinarsi appresso - ma la sua andatura, rispetto
all’incedere incerto dell’altra volta, era più sicura e questo contribuiva a
darle una sicurezza nei movimenti che l’abito cremisi che indossava quella sera
ingentiliva oltre modo. Il suo amore per Oscar travalicava il suo aspetto: era
sicuro che l’avrebbe amata con la stessa intensità anche quando i suoi capelli
avessero iniziato ad imbiancarsi e le rughe rigare il suo amabile viso. Tuttavia
era impossibile restare indifferenti dinanzi al candore del suo incarnato
esposto, sapientemente messo in risalto dai dettagli oro dell’abito e dai
gioielli. Viveva con lei praticamente da sempre eppure scopriva per la prima
volta queste parti di lei e non riusciva sostanzialmente a staccarle gli occhi
di dosso, incantato, fermo restando che, continuava a ripetersi, non erano lì
per divertirsi.
Rientrarono. La sala principale aveva una forma ovale e
delle colonne di marmo rosa separavano la parte centrale, dove circa venti
coppie erano impegnate a danzare, dalla parte più esterna dove erano disposti
tavoli con diverse tipologie di tartine salate, frutta e dolci da poter mangiare
anche in piedi, accompagnati da calici di vetro pregiato e bottiglie di
champagne. Tra gli alti vasi di piante ornamentali e gli imponenti candelabri,
spuntavano qui e là alcuni divanetti e diverse poltroncine prevedibilmente
occupati.
“Resta qui Oscar, vado a prenderti qualcosa”
La donna lo osservò allontanarsi per raggiungere una
delle postazioni adibite al cibo. Poco dopo, passò di lì un valletto con un
vassoio con diversi calici di champagne e, senza dire una parola, si rivolse ad
Oscar invitandola a prenderne uno. La donna lo prese e ringraziò, poi tornò a
cercare con lo sguardo André, in mezzo agli altri ospiti, intento a guardare
cosa ci fosse e scegliere qualcosa per entrambi.
Si soffermò su di lui e constatò che quella tonalità di
blu notte con cui gli era stato confezionato il vestito, gli stava veramente
bene. Era la prima volta che vedeva André vestito di tutto punto poiché, essendo
un attendente, pur frequentando la corte, non gli era consentito di indossare
niente di così importante. E, doveva ammettere, non aveva niente da invidiare,
nell’impeccabilità dell’aspetto e dei modi, agli altri ospiti presenti. Si
muoveva agilmente ma altrettanto irreprensibilmente, mettendo a frutto non solo
l’educazione ricevuta ma anche anni di attenta osservazione della vita e dei
modi alla corte. Non appariva particolarmente affettato e anche le scarpe con
quei tacchi e quella fibbia che lui aveva sempre giudicato troppo eccessiva per
i suoi gusti ma che, stasera, era stato costretto ad indossare, metteva ben in
evidenza la forma solida e ben tornita dei suoi polpacci. Anche la giacca
aderente bordata di oro, che imponeva la moda e che dava agli uomini un aspetto
quasi lezioso, in lui esaltava senza eccessi un corpo ben allenato frutto
dell’attività fisica costante che era abituato a svolgere. In definitiva era
sempre lui ma c’era qualcosa nel suo aspetto generale che gli dava maestosità e
fierezza e non era colpa di qualche gioiello preso in prestito dal generale
Jarjayes – senza ovviamente che lui lo sapesse. Forse era solo incuriosita da
quell’anomalia nell’aspetto generale del suo amico ma Oscar lo osservava con
attenzione e dovette ammettere che non difettava di fascino e bellezza, seppure
essa fosse meno appariscente rispetto, ad esempio, a quella del conte Fersen.
Mentre si domandava come mai non avesse ancora trovato una brava donna da
impalmare e prima di riflettere sulle implicazioni materiali ed emotive di
quell’eventualità, i suoi pensieri furono improvvisamente interrotti.
“Buonasera madame, vedo che non perdete di vista il
vostro accompagnatore”
La donna che le stava di fianco e che aveva avvicinato la
bocca al suo orecchio nascondendo parzialmente il volto da un enorme ventaglio,
doveva avere poco meno della sua età. Oscar fu presa alla sprovvista ma riprese
immediatamente il suo autocontrollo quando comprese di non avere idea di chi
fosse.
“Prego?”
“Fatico ad immaginare come si possa perdere di vista un
gentiluomo così affascinante eppure, non mostra la benché minima intenzione di
ostentare la sua indiscutibile bellezza. Cosa darei per passare un po’ di tempo
da sola con lui. Potreste prestarmelo, madame, anche solo per un ballo?”
La donna aveva parlato senza smettere di mangiarselo con
gli occhi ma, non ricevendo risposta, si voltò verso la sua interlocutrice che
non aveva detto ancora nemmeno una parola e la fissava attonita.
“Suvvia madame, perché vi scandalizzate tanto?”.
La donna era sinceramente incuriosita e quasi delusa da
quello che riteneva un eccesso di ingenuità, fuori luogo in una donna che non
era più una pudibonda fanciulla.
“Certo, considerando il modo in cui anche lui fatica a
togliervi gli occhi di dosso temo sia una sfida persa già in partenza. Ma se non
avete nulla in contrario, io un tentativo lo farei”.
Ad Oscar ci vollero un paio di secondi prima di avere
piena contezza del significato di quelle parole, presa in contropiede da quel
modo di fare che lei giudicava senza dubbio invadente ma, quando le fu chiaro,
rispose senza pensare.
“Forse non ci siamo capiti madame, lui è mio. Con
permesso”
Così dicendo, manifestando volutamente il suo disprezzo,
lasciò il suo posto per raggiungere André che, nel frattempo, le veniva incontro
con qualcosa che era riuscito a recuperare dai tavoli.
“Hai già bevuto qualcosa, vedo” disse André osservando il
calice vuoto nelle mani di Oscar. Come per magia un valletto comparve a loro
fianco e la donna posò il suo calice e ne prese altri due.
“Andiamo fuori, qui l’aria è troppo viziata”.
E così dicendo lo trascinò praticamente fuori a forza
mentre rispondeva alle domande di André che aveva notato il suo cambiamento
d’umore. No, nessuno l’aveva importunata ma lei con certa gente non voleva
averci niente a che fare e poi voleva solo allontanarsi da quella confusione e
fare quattro passi fuori all’aria aperta.
Camminarono l’uno di fianco all’altra seguendo il
percorso obbligato tracciato dal sentiero principale della parte centrale del
piccolo parco, per poi voltare di lato e continuare a camminare. L’alcool in
circolo non era più sufficiente a tenerla calda e, nonostante non fosse una
serata particolarmente fredda, non ancora, non riusciva ad impedirsi di
trattenere qualche brivido. André prontamente si tolse la giacca e gliela pose
diligentemente sulle spalle senza darle la possibilità di rifiutare. La donna
gli sorrise grata, il corruccio del suo sguardo si rilassò e le venne fuori un
timido sorriso e lui si scoprì di colpo quasi impacciato: possibile che il solo
fatto di indossare abiti così diversi rispetto al solito potesse creare quella
strana atmosfera permeata di confusione e imbarazzo?
In mezzo a quei pensieri lei e cercando di capirci
qualcosa lui non si accorsero subito di essere rimasti soli e continuarono a
camminare con la scusa di verificare ulteriormente la zona. Poi, si tolsero le
maschere che limitavano loro la visuale, tenendole in mano per rimetterle subito
all’occorrenza. All’improvviso un rumore di passi catturò la loro attenzione. Si
volsero verso la fonte di quel suono e Oscar riconobbe subito la dama invadente
di prima e, senza indugio, trascinò André lontano dal sentiero per nascondersi.
Si mosse senza badare troppo a dove stava andando addentrandosi verso i
cespugli, con la sola luce proveniente dalla luna alta nel cielo che non era
sufficiente ad illuminare adeguatamente il percorso, animata da una smania a cui
il suo amico non riusciva a dare una spiegazione. In prossimità di un albero
spaventosamente inclinato verso la parte opposta rispetto a loro, Oscar inciampò
in una radice che spuntava dal terreno ma, invece di rovinare a terra, cadde
bruscamente di lato appoggiandosi al tronco e trascinandosi un André che non le
crollò addosso solo perché ebbe la prontezza – o fu semplicemente solo fortuna e
istinto di sopravvivenza – di allungare le mani che, appoggiandosi alla
corteccia, gli impedirono di schiacciare la donna col proprio corpo.
“Ahi!”
“Argh!”
Per qualche secondo smisero di
respirare, spaventati e sorpresi di non essersi fatti nulla. Oscar si toccava la
testa mormorando qualche fastidio di cui prontamente l’uomo chiese l’entità
mentre lui, avvertendo un leggero bruciore sui palmi, era sicuro di aver
guadagnato qualche piccola escoriazione. La pericolosa inclinazione dell’albero
in cui erano rovinati e la quasi totale oscurità del luogo limitava i loro
movimenti. Mentre André imprecava a mezza voce per la difficoltà di riuscire a
rimettersi in piedi, e Oscar faceva altrettanto per aver perso la sua maschera,
la donna avvertì distintamente dei passi e fu sicura si trattasse dell’importuna
signora di prima.
“Vuoi
spiegarmi cosa sta succedendo?”
“Shhh” sussurrò all’amico mettendogli il palmo della
mano sinistra sulle labbra per invitarlo a fare silenzio, mentre d’istinto si
guardava intorno alla ricerca di qualcuno che il buio in ogni caso non avrebbe
potuto rivelare. Quell’innocente esortazione da lei compiuta ebbe il potere
paralizzarla e riempirla di una strana sensazione mentre avvertita distintamente
sulla sua mano la morbidezza delle labbra del suo amico. Guardava dinanzi a sé
ma distingueva solo la mascella e il fazzoletto in pizzo che gli adornava il
collo, illuminati da un pallido raggio di luna. Sentì il cuore perdere un
battito mentre indugiava, stavolta allentando la presa che si trasformò subito
in un tocco delicato e fu colpita di una strana sensazione mista a paura. Non
riusciva tuttavia ad allontanare la mano e, nonostante percepisse chiaramente il
timore di travalicare un limite implicito, non riusciva a fermarsi, incuriosita.
André fu preso alla sprovvista e si irrigidì. Socchiuse poi le labbra,
abbandonandosi quasi a quel tocco e Oscar percepì chiaramente sulle dita il suo
respiro.
Il tempo parve
dilatarsi e tutto quello che c’era attorno a loro sembrò perdere importanza. Il
contatto delle dita sulle labbra divenne più delicato, quasi una carezza e la
mano di lei scivolò piano mentre si soffermava sul labbro inferiore e, mentre il
respiro di André si faceva più intenso e veloce, avvertiva con la mano l’uomo
farsi più vicino, la tensione muscolare sulle braccia, appoggiate ancora
all’albero, che si scioglieva. Anche lei si sorprese a boccheggiare, le labbra
socchiuse.
Un urlo improvviso li catapultò fuori da quell’atmosfera
sospesa, facendoli rinsavire da quello strano incantesimo e l’urgenza del
momento li costrinse alla ricerca di una qualunque forma di appiglio con cui
riuscirono, arrancando con non poca difficoltà, a rimettersi in piedi per
raggiungere in fretta il luogo da cui provenivano quelle urla.
Possibile che, come Oscar aveva pianificato, fosse opera
del Cavaliere Nero che aveva colto l’occasione di quella serata mondana? André
tese la mano ad Oscar per aiutarla nella confusione di tutte quelle gonne e,
immediatamente, si unirono agli altri ospiti che si raccolsero tutti verso
un’altra zona del parco, altrettanto riservata ma più vicina alla casa, dove una
ragazza piangeva sconvolta per essere stata spaventata da una volpe selvatica
che, scoperta l’improvvisa presenza umana in un luogo che credeva suo, aveva
avuto l’ardire di aggredirla. In definitiva la giovane aveva guadagnato solo un
bello spavento e calde lacrime le rigavano il volto. Prontamente una donna più
grande di lei – la madre o la sorella, forse una zia – le aveva cinto le spalle
con un braccio per riportarla dentro dove la padrona di casa aveva già ordinato
di far portare qualcosa di forte per tirare su la fortunata superstite di
quell’aggressione.
I due non si erano potuti avvicinare troppo al luogo del
misfatto per via della folla di persone che si era radunata e, quando si
guardarono l’un l’altro e si ricordarono di avere il volto scoperto fecero
qualche passo indietro per allontanarsi ulteriormente dalla confusione. Poi si
fermarono, una mano sulla fronte lei e André con le sue sui fianchi, ancora
impegnati a regolare i respiri accelerati, stavolta per l’urgenza di correre
verso le urla, si scambiavano sguardi d’intesa. Alla fine, fu André a sorridere,
liberandosi definitivamente da quella tensione, seguito a ruota da Oscar,
finalmente col respiro stabile e il cuore che era ritornato al suo posto.
“Ammettilo pure che la mia è stata una pessima idea”
L’espressione sorridente si smorzava dinanzi ad un
sincero rammarico.
“L’idea non era poi così pessima ma troppi i risvolti
imprevedibili e poi – aggiunse per consolare in qualche modo la sua amica – in
due non è poi così facile poter controllare una zona ampia come questa”
“Potevi dirmelo prima, André. Di solito non ti esimi mai
dal dispensarmi consigli” aggiunse la donna assolutamente senza rancore. Nel
frattempo, stavano già raggiungendo l’uscita: nessuno li conosceva e non erano
tenuti a salutare i padroni di casa.
“Cosa vuoi che ti dica, non volevo deludere le tue
aspettative e poi – e distolse per un attimo gli occhi dal volto di lei – devo
confessare che l’idea di farti da accompagnatore ad un ballo non mi dispiaceva
affatto. Ho avuto l’impressione di essere stato l’uomo più invidiato della
serata” concluse sornione riprendendo ad osservarla di sottecchi.
Lei sorrise, abbassò lo sguardo e
preferì tacere mentre ricordava distintamente le parole che la donna le aveva
rivolto nella sala da ballo.
Il valletto li vide avvicinarsi, stupito ma felice che
la serata fosse giunta già al termine e, subito, si sistemò la livrea pronto ad
aprire lo sportello della carrozza.
“Ci penso io, Pierre” disse deciso e aprì la portiera,
porgendo la mano ad Oscar per aiutarla a salire e raggiungendola subito dopo.
L’unico rumore percepito adesso era quello delle ruote
sulla strada e lo scalpicciò degli zoccoli dei cavalli e, ipnotizzati da quei
movimenti, lentamente si appisolarono. In realtà André fingeva di dormire,
tornando con la mente alle ore precedenti, a quel breve, brevissimo momento nel
parco in cui il buio aveva acuito tutti gli altri sensi e l’innocente tocco
della mano di Oscar aveva avuto, per lui, un effetto incredibilmente conturbante
e, se non ci fosse stato quel piccolo incidente alla damigella, lui forse
avrebbe rischiato di rovinare tutto.
Anche Oscar, prima di cedere al dondolio della carrozza,
era ritornata brevemente a quell’istante in cui si era sentita sostanzialmente
calamitata dal suo amico in un modo che non era mai successo, nonostante gli
anni passati a vivere praticamente l’uno di fianco all’altro, ma poi la
stanchezza aveva avuto la meglio.
Quando finalmente arrivarono a casa André l’aiuto a
scendere consapevole che tutte quelle gonne le creavano un grande impaccio:
anche lui aveva sciolto il fazzoletto dal collo e aveva aperto il colletto della
camicia.
“Lo prenderemo, non temere” la
rincuorò sicuro che la sua amica stesse rimuginando ancora sull’accaduto.
“Ho già un’idea” concluse la donna osservando la
mascherina nera che il suo amico aveva ancora tra le mani.
Fine
Cetty (mail to: cetty_chan@libero.it)