PREMESSA: Come Le Rose fioriscono ad Arras anche questa fanfiction è nata un paio di decenni fa (a pensarci bene aggiungere qualche anno) ma ho sentito il bisogno di riscriverla di sana pianta perché contenuto e forma rappresentavano una visione dei personaggi e della storia poco esatta, per non dire assolutamente sbagliata. Ho dovuto modificare diversi elementi narrativi perché cozzavano appunto con l'idea che ho oggi dei personaggi, così diversa da quella che avevo da adolescente e la cosa più faticosa è stata cercare appunto di rimanere sulla stessa "idea" di fondo ma adattandola in modo più coerente coi personaggi. Spero di esserci riuscita. Buona lettura.

 

 

Era come quando, nelle mattine che tardava ad alzarsi, la cameriera entrava in stanza ad aprire le tende della finestra di camera sua e la stanza veniva inondata dalla luce calda del sole. Allo stesso modo, quella sorta di coltre che aveva avuto per anni davanti gli occhi era stata finalmente liberata e poteva osservare con stupore, meraviglia e, lo ammetteva senza mezzi termini, un pizzico di orgoglio e soddisfazione – del resto vivere in mezzo ai nobili aveva certamente contribuito e non poco a quanto poteva vedere dinanzi a sé – il suo attendente muoversi con agilità e assoluta naturalezza in un contesto che non gli era estraneo ma di cui non si era mai reso protagonista. Ebbe conferma che la sua non era stata una cattiva idea, anche se in tutta sincerità non era certa potesse realmente avere un qualche effetto e, sì, non erano lì per divertirsi ma non è detto che non avessero potuto farlo.

 

 

L’ULTIMA DANZA
Versione 2026

Capitolo Terzo

 

 

L’idea le venne in mente un pomeriggio che stavano prendendo il the insieme, la luce del tramonto che entrava dalle ampie vetrate del salottino riempiva al stanza di sfumature di arancio. Era tornata per l’ennesima volta a quella sera, alla sua corsa fuori per sfuggire da quella situazione imbarazzante, il sollievo di tornare a respirare l’aria fresca della notte, il luogo isolato nel timore che qualcuno potesse vederla in quelle condizioni e avvicinarsi a lei. Poi l’aggressione, la sua reazione improvvisa e imprevista per il ladro che si era poi dileguato raggiungendo le stesse tenebre da cui era sbucato fuori.

Posto isolato

Lei era da sola

Il sole stava ormai scomparendo dalla loro vista e André notò che era già da un po’ che aveva smesso di sentire il rumore del cucchiaino che girava dentro la tazza della sua amica senza aver sentito peraltro il tintinnio dello stesso sul piattino. Così si volse a guardarla per capire cosa stesse trattenendo Oscar dal bere e la vide, l’oggetto in argento a mezz’aria mentre lo guardava ma la mente era altrove, impegnata in qualche imperscrutabile ragionamento.

“Ma certo, come abbiamo fatto a non pensarci prima. Devi preparare la lista di tutti i balli delle prossime settimane”

“Cosa?”

“Ma si, pensaci bene. L’altra volta ero da sola – e mentre parlava si alzò, puntando il cucchiaino verso un attonito André, mentre continuava la sua spiegazione – ma stavolta tu verrai con me. Io farò in modo di essere sola ma, nascosto da qualche parte, ci sarai tu ad osservare la situazione in modo da intervenire al momento giusto”.

Mentre esponeva la sua idea Oscar si faceva sempre più convinta che quella fosse la soluzione perfetta e non diede ad André nemmeno il tempo di replicare: del resto, forse l’esperienza passata le sarebbe potuta tornare utile. Così dicendo, gli diede una pacca sulla spalla e si incamminò fuori dalla stanza e lasciò un attonito André sentire parole che si affievolivano sempre di più come “sarta”, “confezionare”, “abiti da sera”, “me e André”, ma lui troppo sbalordito per replicare, era già impegnato a riflettere sulle implicazioni di quel piano.

 

 

“Per l’ultima volta Oscar: sei sicura di quello che stiamo facendo?”

La carrozza procedeva costante verso la residenza del conte Vogüé in cui quella sera era previsto un ballo in maschera in onore del debutto della loro figlia primogenita in società. E, come ribadiva Oscar, era l’occasione perfetta: non si svolgeva a corte e non era previsto quindi che presenziassero né la famiglia reale né quindi i suoi membri più in vista. Inoltre il fatto che fosse una festa in maschera garantiva loro assoluta riservatezza: già sarebbe stato difficile immaginare il colonnello della Guardia Reale in abiti femminili ma, con una maschera al volto, la sua identità sarebbe stata ancora più al sicuro. Era questo che Oscar continuava a ribadire al suo amico, mentre il sarto prendeva le misure per confezionargli un abito adeguato all’occasione e anche adesso, mentre si avviavano verso la loro destinazione.

“Certo che sì”

E sospirò

“Tutto bene?”

“Sì, è solo questo dannato corsetto che mi stringe troppo”

André soffocò una risata e il buio in questo senso gli fu di grande aiuto. In realtà era ben consapevole di trovarsi in una sorta di missione in incognito. Avevano nascosto delle armi, rispettivamente tra le ampie balze della gonna dell’abito lei e in una tasca interna lui, insieme ad un pugnale per ogni evenienza. E tuttavia riconosceva la fortuna di potersi trovare in una situazione che non credeva potesse mai realizzarsi, nemmeno nei suoi sogni: del resto non avrebbe mai ritenuto possibile che Oscar, un giorno, potesse indossare un abito da donna, figurarsi di poterle fare da cavaliere.

Fu con questa predisposizione d’animo che arrivarono a destinazione.

Il valletto aprì la portiera della carrozza. I due si rivolsero l’un l’altro anche se il buio dell’ambiente impediva loro di vedersi.

“Ci siamo. Dimenticati di essere un attendente: stasera saremo il conte e la contessa Duvall”

L’uomo si schiarì la voce e scese dalla carrozza, indossando prontamente la maschera nera sul volto, imitato subito dopo da lei. Da questo momento in poi avrebbe dovuto mettere in pratica tutti gli insegnamenti e le pratiche osservate negli anni. Sceso dalla carrozza, si sistemo i polsini in merletto valenciennes ben visibili dalle maniche della giacca e tese la mano verso Oscar che si appoggiò ad essa per scendere dal predellino e raggiungere la posizione accanto all’uomo.

Poteva sentire tutta la tensione nervosa di lui solo attraverso il tocco delle loro mani.

“Non preoccuparti, nessuno ci riconoscerà”

“Lo spero” disse guardando in basso verso il punto in cui dovevano esserci i piedi di Oscar, completamente nascosti dall’ampio tessuto di taffetà.

“Stasera indosso le mie solite scarpe. Altrimenti come fare a correre se servisse farlo?” lo rassicurò lei mentre un sorriso birichino le si disegnava sul volto.

 

Le fiaccole ai margini del sentiero segnavano il percorso per raggiungere la casa e i due si avviarono insieme agli altri ospiti in arrivo verso l’ingresso. Mostrarono i loro inviti spudoratamente fasulli e approfittarono del momento opportuno in cui non c’era nessuno nei paraggi per farsi presentare all’ingresso ed accedere all’anticamera prima e al salone principale poi dove aveva luogo la festa. Tutti indossavano la maschera e, anche se questo permetteva loro di sentirsi più facilmente a proprio agio, preferirono comunque rimanere ai margini – meglio evitare di esporsi – per esaminare indisturbati gli ambienti. Fingendo di vagare distrattamente, trascorsero qualche ora ad esplorare le zone interne che potevano in qualche modo essere utili al loro scopo; poi uscirono fuori per ispezionare l’esterno. La struttura dell’edificio non era dissimile a quella di tanti altri: base rettangolare con dei padiglioni più piccoli ai lati e un giardino che circondava i lati rispettivamente sud, est ed ovest mentre verso nord l’edificio si affacciava su una grande terrazza che, a sua volta, garantiva la vista magnifica della reggia di Versailles. A sud, da dove erano entrati, vi erano i classici giardini all’italiana con siepi regolari e ben definite, intervallate da fontane e giochi d’acqua, mentre ai lati la precisione degli spazi era spazzata via da alberi frondosi e sentieri irregolari che si insinuavano all’interno di un giardino all’inglese, con statue e panchine immerse in un’oscurità che si dissipava a tratti da fiaccole che illuminavano fiocamente il sentiero. Quello poteva essere il posto ideale per un’incursione, qualora quella sera il Cavaliere Nero fosse stato presente.

Convennero fosse ancora presto e decisero di rientrare, se non altro per bere e mangiare qualcosa.

“Va tutto bene, André?”

“Si, certo”

Ma in realtà niente andava bene quella sera perché lui non era in lui quella sera. Non era particolarmente preoccupato di tradirsi in quanto l’educazione ricevuta e la sua abituale frequentazione della corte gli avevano permesso di apprendere perfettamente le regole dell’etichetta. Il problema era che temeva di perdere la concentrazione perché era fin troppo complicato rimanere impassibili di fronte alla sua amica. Forse era il suo calzare qualcosa di più comodo – non credeva potesse sentirsi veramente comoda con tutta quella stoffa da trascinarsi appresso - ma la sua andatura, rispetto all’incedere incerto dell’altra volta, era più sicura e questo contribuiva a darle una sicurezza nei movimenti che l’abito cremisi che indossava quella sera ingentiliva oltre modo. Il suo amore per Oscar travalicava il suo aspetto: era sicuro che l’avrebbe amata con la stessa intensità anche quando i suoi capelli avessero iniziato ad imbiancarsi e le rughe rigare il suo amabile viso. Tuttavia era impossibile restare indifferenti dinanzi al candore del suo incarnato esposto, sapientemente messo in risalto dai dettagli oro dell’abito e dai gioielli. Viveva con lei praticamente da sempre eppure scopriva per la prima volta queste parti di lei e non riusciva sostanzialmente a staccarle gli occhi di dosso, incantato, fermo restando che, continuava a ripetersi, non erano lì per divertirsi.

 

Rientrarono. La sala principale aveva una forma ovale e delle colonne di marmo rosa separavano la parte centrale, dove circa venti coppie erano impegnate a danzare, dalla parte più esterna dove erano disposti tavoli con diverse tipologie di tartine salate, frutta e dolci da poter mangiare anche in piedi, accompagnati da calici di vetro pregiato e bottiglie di champagne. Tra gli alti vasi di piante ornamentali e gli imponenti candelabri, spuntavano qui e là alcuni divanetti e diverse poltroncine prevedibilmente occupati.

“Resta qui Oscar, vado a prenderti qualcosa”

La donna lo osservò allontanarsi per raggiungere una delle postazioni adibite al cibo. Poco dopo, passò di lì un valletto con un vassoio con diversi calici di champagne e, senza dire una parola, si rivolse ad Oscar invitandola a prenderne uno. La donna lo prese e ringraziò, poi tornò a cercare con lo sguardo André, in mezzo agli altri ospiti, intento a guardare cosa ci fosse e scegliere qualcosa per entrambi.

Si soffermò su di lui e constatò che quella tonalità di blu notte con cui gli era stato confezionato il vestito, gli stava veramente bene. Era la prima volta che vedeva André vestito di tutto punto poiché, essendo un attendente, pur frequentando la corte, non gli era consentito di indossare niente di così importante. E, doveva ammettere, non aveva niente da invidiare, nell’impeccabilità dell’aspetto e dei modi, agli altri ospiti presenti. Si muoveva agilmente ma altrettanto irreprensibilmente, mettendo a frutto non solo l’educazione ricevuta ma anche anni di attenta osservazione della vita e dei modi alla corte. Non appariva particolarmente affettato e anche le scarpe con quei tacchi e quella fibbia che lui aveva sempre giudicato troppo eccessiva per i suoi gusti ma che, stasera, era stato costretto ad indossare, metteva ben in evidenza la forma solida e ben tornita dei suoi polpacci. Anche la giacca aderente bordata di oro, che imponeva la moda e che dava agli uomini un aspetto quasi lezioso, in lui esaltava senza eccessi un corpo ben allenato frutto dell’attività fisica costante che era abituato a svolgere. In definitiva era sempre lui ma c’era qualcosa nel suo aspetto generale che gli dava maestosità e fierezza e non era colpa di qualche gioiello preso in prestito dal generale Jarjayes – senza ovviamente che lui lo sapesse. Forse era solo incuriosita da quell’anomalia nell’aspetto generale del suo amico ma Oscar lo osservava con attenzione e dovette ammettere che non difettava di fascino e bellezza, seppure essa fosse meno appariscente rispetto, ad esempio, a quella del conte Fersen. Mentre si domandava come mai non avesse ancora trovato una brava donna da impalmare e prima di riflettere sulle implicazioni materiali ed emotive di quell’eventualità, i suoi pensieri furono improvvisamente interrotti.

 

“Buonasera madame, vedo che non perdete di vista il vostro accompagnatore”

La donna che le stava di fianco e che aveva avvicinato la bocca al suo orecchio nascondendo parzialmente il volto da un enorme ventaglio, doveva avere poco meno della sua età. Oscar fu presa alla sprovvista ma riprese immediatamente il suo autocontrollo quando comprese di non avere idea di chi fosse.

“Prego?”

“Fatico ad immaginare come si possa perdere di vista un gentiluomo così affascinante eppure, non mostra la benché minima intenzione di ostentare la sua indiscutibile bellezza. Cosa darei per passare un po’ di tempo da sola con lui. Potreste prestarmelo, madame, anche solo per un ballo?”

La donna aveva parlato senza smettere di mangiarselo con gli occhi ma, non ricevendo risposta, si voltò verso la sua interlocutrice che non aveva detto ancora nemmeno una parola e la fissava attonita.

“Suvvia madame, perché vi scandalizzate tanto?”.

La donna era sinceramente incuriosita e quasi delusa da quello che riteneva un eccesso di ingenuità, fuori luogo in una donna che non era più una pudibonda fanciulla.

“Certo, considerando il modo in cui anche lui fatica a togliervi gli occhi di dosso temo sia una sfida persa già in partenza. Ma se non avete nulla in contrario, io un tentativo lo farei”.

Ad Oscar ci vollero un paio di secondi prima di avere piena contezza del significato di quelle parole, presa in contropiede da quel modo di fare che lei giudicava senza dubbio invadente ma, quando le fu chiaro, rispose senza pensare.

“Forse non ci siamo capiti madame, lui è mio. Con permesso”

Così dicendo, manifestando volutamente il suo disprezzo, lasciò il suo posto per raggiungere André che, nel frattempo, le veniva incontro con qualcosa che era riuscito a recuperare dai tavoli.

“Hai già bevuto qualcosa, vedo” disse André osservando il calice vuoto nelle mani di Oscar. Come per magia un valletto comparve a loro fianco e la donna posò il suo calice e ne prese altri due.

“Andiamo fuori, qui l’aria è troppo viziata”.

E così dicendo lo trascinò praticamente fuori a forza mentre rispondeva alle domande di André che aveva notato il suo cambiamento d’umore. No, nessuno l’aveva importunata ma lei con certa gente non voleva averci niente a che fare e poi voleva solo allontanarsi da quella confusione e fare quattro passi fuori all’aria aperta.

Camminarono l’uno di fianco all’altra seguendo il percorso obbligato tracciato dal sentiero principale della parte centrale del piccolo parco, per poi voltare di lato e continuare a camminare. L’alcool in circolo non era più sufficiente a tenerla calda e, nonostante non fosse una serata particolarmente fredda, non ancora, non riusciva ad impedirsi di trattenere qualche brivido. André prontamente si tolse la giacca e gliela pose diligentemente sulle spalle senza darle la possibilità di rifiutare. La donna gli sorrise grata, il corruccio del suo sguardo si rilassò e le venne fuori un timido sorriso e lui si scoprì di colpo quasi impacciato: possibile che il solo fatto di indossare abiti così diversi rispetto al solito potesse creare quella strana atmosfera permeata di confusione e imbarazzo?

In mezzo a quei pensieri lei e cercando di capirci qualcosa lui non si accorsero subito di essere rimasti soli e continuarono a camminare con la scusa di verificare ulteriormente la zona. Poi, si tolsero le maschere che limitavano loro la visuale, tenendole in mano per rimetterle subito all’occorrenza. All’improvviso un rumore di passi catturò la loro attenzione. Si volsero verso la fonte di quel suono e Oscar riconobbe subito la dama invadente di prima e, senza indugio, trascinò André lontano dal sentiero per nascondersi. Si mosse senza badare troppo a dove stava andando addentrandosi verso i cespugli, con la sola luce proveniente dalla luna alta nel cielo che non era sufficiente ad illuminare adeguatamente il percorso, animata da una smania a cui il suo amico non riusciva a dare una spiegazione. In prossimità di un albero spaventosamente inclinato verso la parte opposta rispetto a loro, Oscar inciampò in una radice che spuntava dal terreno ma, invece di rovinare a terra, cadde bruscamente di lato appoggiandosi al tronco e trascinandosi un André che non le crollò addosso solo perché ebbe la prontezza – o fu semplicemente solo fortuna e istinto di sopravvivenza – di allungare le mani che, appoggiandosi alla corteccia, gli impedirono di schiacciare la donna col proprio corpo.

“Ahi!”
“Argh!”

Per qualche secondo smisero di respirare, spaventati e sorpresi di non essersi fatti nulla. Oscar si toccava la testa mormorando qualche fastidio di cui prontamente l’uomo chiese l’entità mentre lui, avvertendo un leggero bruciore sui palmi, era sicuro di aver guadagnato qualche piccola escoriazione. La pericolosa inclinazione dell’albero in cui erano rovinati e la quasi totale oscurità del luogo limitava i loro movimenti. Mentre André imprecava a mezza voce per la difficoltà di riuscire a rimettersi in piedi, e Oscar faceva altrettanto per aver perso la sua maschera, la donna avvertì distintamente dei passi e fu sicura si trattasse dell’importuna signora di prima.
“Vuoi spiegarmi cosa sta succedendo?”
“Shhh” sussurrò all’amico mettendogli il palmo della mano sinistra sulle labbra per invitarlo a fare silenzio, mentre d’istinto si guardava intorno alla ricerca di qualcuno che il buio in ogni caso non avrebbe potuto rivelare. Quell’innocente esortazione da lei compiuta ebbe il potere paralizzarla e riempirla di una strana sensazione mentre avvertita distintamente sulla sua mano la morbidezza delle labbra del suo amico. Guardava dinanzi a sé ma distingueva solo la mascella e il fazzoletto in pizzo che gli adornava il collo, illuminati da un pallido raggio di luna. Sentì il cuore perdere un battito mentre indugiava, stavolta allentando la presa che si trasformò subito in un tocco delicato e fu colpita di una strana sensazione mista a paura. Non riusciva tuttavia ad allontanare la mano e, nonostante percepisse chiaramente il timore di travalicare un limite implicito, non riusciva a fermarsi, incuriosita. André fu preso alla sprovvista e si irrigidì. Socchiuse poi le labbra, abbandonandosi quasi a quel tocco e Oscar percepì chiaramente sulle dita il suo respiro.
Il tempo parve dilatarsi e tutto quello che c’era attorno a loro sembrò perdere importanza. Il contatto delle dita sulle labbra divenne più delicato, quasi una carezza e la mano di lei scivolò piano mentre si soffermava sul labbro inferiore e, mentre il respiro di André si faceva più intenso e veloce, avvertiva con la mano l’uomo farsi più vicino, la tensione muscolare sulle braccia, appoggiate ancora all’albero, che si scioglieva. Anche lei si sorprese a boccheggiare, le labbra socchiuse.

Un urlo improvviso li catapultò fuori da quell’atmosfera sospesa, facendoli rinsavire da quello strano incantesimo e l’urgenza del momento li costrinse alla ricerca di una qualunque forma di appiglio con cui riuscirono, arrancando con non poca difficoltà, a rimettersi in piedi per raggiungere in fretta il luogo da cui provenivano quelle urla.

Possibile che, come Oscar aveva pianificato, fosse opera del Cavaliere Nero che aveva colto l’occasione di quella serata mondana? André tese la mano ad Oscar per aiutarla nella confusione di tutte quelle gonne e, immediatamente, si unirono agli altri ospiti che si raccolsero tutti verso un’altra zona del parco, altrettanto riservata ma più vicina alla casa, dove una ragazza piangeva sconvolta per essere stata spaventata da una volpe selvatica che, scoperta l’improvvisa presenza umana in un luogo che credeva suo, aveva avuto l’ardire di aggredirla. In definitiva la giovane aveva guadagnato solo un bello spavento e calde lacrime le rigavano il volto. Prontamente una donna più grande di lei – la madre o la sorella, forse una zia – le aveva cinto le spalle con un braccio per riportarla dentro dove la padrona di casa aveva già ordinato di far portare qualcosa di forte per tirare su la fortunata superstite di quell’aggressione.

I due non si erano potuti avvicinare troppo al luogo del misfatto per via della folla di persone che si era radunata e, quando si guardarono l’un l’altro e si ricordarono di avere il volto scoperto fecero qualche passo indietro per allontanarsi ulteriormente dalla confusione. Poi si fermarono, una mano sulla fronte lei e André con le sue sui fianchi, ancora impegnati a regolare i respiri accelerati, stavolta per l’urgenza di correre verso le urla, si scambiavano sguardi d’intesa. Alla fine, fu André a sorridere, liberandosi definitivamente da quella tensione, seguito a ruota da Oscar, finalmente col respiro stabile e il cuore che era ritornato al suo posto.

“Ammettilo pure che la mia è stata una pessima idea”

L’espressione sorridente si smorzava dinanzi ad un sincero rammarico.

“L’idea non era poi così pessima ma troppi i risvolti imprevedibili e poi – aggiunse per consolare in qualche modo la sua amica – in due non è poi così facile poter controllare una zona ampia come questa”

“Potevi dirmelo prima, André. Di solito non ti esimi mai dal dispensarmi consigli” aggiunse la donna assolutamente senza rancore. Nel frattempo, stavano già raggiungendo l’uscita: nessuno li conosceva e non erano tenuti a salutare i padroni di casa.

“Cosa vuoi che ti dica, non volevo deludere le tue aspettative e poi – e distolse per un attimo gli occhi dal volto di lei – devo confessare che l’idea di farti da accompagnatore ad un ballo non mi dispiaceva affatto. Ho avuto l’impressione di essere stato l’uomo più invidiato della serata” concluse sornione riprendendo ad osservarla di sottecchi.

Lei sorrise, abbassò lo sguardo e preferì tacere mentre ricordava distintamente le parole che la donna le aveva rivolto nella sala da ballo.
Il valletto li vide avvicinarsi, stupito ma felice che la serata fosse giunta già al termine e, subito, si sistemò la livrea pronto ad aprire lo sportello della carrozza.

“Ci penso io, Pierre” disse deciso e aprì la portiera, porgendo la mano ad Oscar per aiutarla a salire e raggiungendola subito dopo.

 
L’unico rumore percepito adesso era quello delle ruote sulla strada e lo scalpicciò degli zoccoli dei cavalli e, ipnotizzati da quei movimenti, lentamente si appisolarono. In realtà André fingeva di dormire, tornando con la mente alle ore precedenti, a quel breve, brevissimo momento nel parco in cui il buio aveva acuito tutti gli altri sensi e l’innocente tocco della mano di Oscar aveva avuto, per lui, un effetto incredibilmente conturbante e, se non ci fosse stato quel piccolo incidente alla damigella, lui forse avrebbe rischiato di rovinare tutto.

Anche Oscar, prima di cedere al dondolio della carrozza, era ritornata brevemente a quell’istante in cui si era sentita sostanzialmente calamitata dal suo amico in un modo che non era mai successo, nonostante gli anni passati a vivere praticamente l’uno di fianco all’altro, ma poi la stanchezza aveva avuto la meglio.

Quando finalmente arrivarono a casa André l’aiuto a scendere consapevole che tutte quelle gonne le creavano un grande impaccio: anche lui aveva sciolto il fazzoletto dal collo e aveva aperto il colletto della camicia.

“Lo prenderemo, non temere” la rincuorò sicuro che la sua amica stesse rimuginando ancora sull’accaduto.
“Ho già un’idea” concluse la donna osservando la mascherina nera che il suo amico aveva ancora tra le mani.

Fine

Cetty (mail to: cetty_chan@libero.it)