PREMESSA: Come Le Rose fioriscono ad Arras anche questa fanfiction è nata un paio di decenni fa (a pensarci bene aggiungere qualche anno) ma ho sentito il bisogno di riscriverla di sana pianta perché contenuto e forma rappresentavano una visione dei personaggi e della storia poco esatta, per non dire assolutamente sbagliata. Ho dovuto modificare diversi elementi narrativi perché cozzavano appunto con l'idea che ho oggi dei personaggi, così diversa da quella che avevo da adolescente e la cosa più faticosa è stata cercare appunto di rimanere sulla stessa "idea" di fondo ma adattandola in modo più coerente coi personaggi. Spero di esserci riuscita. Buona lettura.

 

 

Lacerata dall’umiliazione, solo un briciolo di orgoglio la teneva su e sperava che non ci fosse nessuno ad aspettarla sveglia. Sperò di non avere testimoni silenziosi di quel disastro. In effetti, sembrava che la casa dormisse, a parte la presenza del valletto incaricato ad attendere il rientro della padrona. Ritrovò se stessa solo quando si liberò da tutte quelle trine ed ebbe la sensazione che quello che era accaduto solo qualche ora prima fosse stato solo qualcosa di irreale, partorito dalle fantasie della sua mente. Si era pentita di essere andata a corte quella sera. Tuttavia la sua mente lavorava e, ora, aveva un altro obiettivo da raggiungere: catturare il Cavaliere Nero.

 

 

L’ULTIMA DANZA
Versione 2026

Capitolo Secondo

 

 

Quando aprì gli occhi il sole era già alto nel cielo.
Quella mattina non sarebbe andata a Versailles, non ci sarebbe andata per qualche tempo, in effetti. Doveva pensare e doveva dimenticare e non c’era cosa migliore di andare via per bloccare quelle onde di pensieri che l’attanagliavano e che le avevano ferito l’orgoglio e, dall’altro lato, le impedivano di ragionare lucidamente sul modo in cui poteva riuscire ad arrestare quel ladro.

Trovò André in fondo alle scale, parlava con sua nonna in attesa che lei si svegliasse e, quando incrociò gli occhi nei suoi vide che la guardavano con un misto di curiosità e attesa: rilassò quindi lo sguardo, che doveva certamente apparire troppo corrucciato, e comunicò subito ad André di preparare le loro cose e di mandare un messaggero a Versailles ad annunciare che il colonnello De Jarjayes era in partenza per la Normandia.

 

**

 

L’odore di iodio, il rumore delle onde del mare e del loro infrangersi sulla battigia, il vento tra i capelli e la sabbia sotto i piedi avevano avuto sempre il potere di calmarla. Respirò in modo lento e profondo l’aria salmastra e questo fu sufficiente a garantirle che, anche quel giorno, sarebbe stato un buon giorno. Presa com’era dagli impegni quotidiani, talmente abituali che ormai svolgeva in maniera automatica, non si accorgeva di quanto in realtà fosse mentalmente piena di pensieri se non quando riusciva, di rado, a staccare da tutto: solo così ritrovava quella Oscar che esisteva prima che diventasse capitano della Guardia Reale, che passava le giornate responsabilmente ma senza effettivi impegni e preoccupazioni. In quella circostanza, la sua scelta di andare via per un po’ era dipesa innanzi tutto dal suo desiderio di volersi sbarazzare di quei turbamenti, la sensazione di irrequietezza di aver fatto una sciocchezza a cui non poteva più rimediare. Aveva bisogno di liberarsi da tutti quei sé, voltare pagina e andare avanti. Al contempo, doveva pensare ad un sistema catturare il Cavaliere Nero: non era ancora una cosa di sua competenza ma lo sarebbe potuto diventare molto presto.

Si volse di lato, assecondando la direzione del vento, e si liberò di una ciocca di capelli mettendosela dietro l’orecchio mentre osservava, non troppo lontano, il suo attendente, libero dalle calze e dalle scarpe, le maniche della camicia arrotolate sugli avanbracci, seduto su una roccia tra le tante disseminate qua e là tra le dune della spiaggia ad osservare l’orizzonte con i gomiti appoggiati alle ginocchia, il viso sulle mani chiuse a pugno sotto il mento. Sembrava assorto in qualche pensiero tutto suo, rivolto verso il sole che lo illuminava tutto, gli occhi chiusi ma poi, come accortosi dello sguardo della donna, si volse verso di lei e il vento gli liberò il viso dai capelli sottolineando le due pietre di ossidiana nera che la osservavano, accompagnate da un sorriso quasi luminoso sotto la luce di quella giornata soleggiata.

“Forse è il caso di rientrare?” le chiese gridando per sovrastare l’ululare del vento e, dopo un cenno d’assenso della donna, si mise in piedi, pulendosi i pantaloni e poi le mani dalla sabbia. Raccolse il gilet che si era tolto, se lo mise sul braccio insieme alle calze, pollice e indice dell’altra mano a tenere le scarpe, e si avviò verso di lei, osservando i propri piedi arrancare sulla sabbia. Alzò gli occhi quando la raggiunse:

“Oggi la cuoca ha fatto la torta di mele” informò Oscar, con lo stesso entusiasmo giocoso di quando aveva otto anni.

 

**

 

Una cosa che apprezzava più di ogni altra di André era la sua assoluta discrezione. Era sempre stato un attento osservatore quindi era certa che avesse capito che quell’improvvisa partenza nascondesse qualcosa. Tuttavia, come d’abitudine, fino a quel momento non aveva fatto domande ma le era evidente una certa aspettativa da parte dell’uomo e sapeva che prima o poi avrebbe dovuto dargli qualche spiegazione, di sua spontanea volontà o a fronte di una domanda ben specifica.

Lui in realtà aveva capito fin dal primo momento che qualcosa, la sera del ballo, non era andata per il verso giusto, non secondo i piani che certamente lei aveva ipotizzato. Si sentì un po’ meschino a considerare la cosa come un evento felice ma era sicuro che Dio l’avrebbe perdonato di certo per quel pensiero egoistico. Cercava comunque di non indugiare più di tanto su di lei, nel timore di farla sentire costretta a rivelargli i suoi pensieri: voleva sostanzialmente lasciarla in pace, se era questo quello che voleva ma la curiosità era certamente tanta. Lei, di contro, continuava ad ostentare una certa normalità che lui ben sapeva essere falsa: gli occhi non mentivano, mai, e lui conosceva bene quelli di lei.

Quel momento arrivò a conclusione di una giornata, la terza per esattezza, passata alla tenuta in Normandia. Sembrava che l’estate volesse velocemente cedere il passo all’autunno, lì al nord del paese. Al calar della sera le temperature scendevano repentine e le interruzioni delle attività fisiche dopo il tramonto faceva percepire forse più freddo di quanto ce ne fosse, tant’è che i camini delle camere da letto venivano già accesi e, su richiesta specifica della padrona, che amava rimanere alzata per qualche ora dopo la cena, anche quello della biblioteca – l’ambiente che Oscar preferiva di quella dimora – veniva acceso e alimentato fino a che ci fosse qualcuno dentro.
“E allora Oscar, ti va di dirmi che cosa ci facciamo qui?”
Nonostante i buoni propositi, un paio di bicchieri di vino – quello robusto della cantina del generale – e l’atmosfera accogliente di quel momento, indussero André a farle quell’inopportuna domanda. L’uomo temette per un attimo di aver parlato troppo ma si ricredette quando Oscar prese il calice di vino – il secondo – che André gli stava porgendo. Si sistemò accanto a lei sul divanetto e la osservò. Non sembrava arrabbiata per quel tentativo di intrusione.

Lei continuò a fissare il suo bicchiere, poi se lo portò alle labbra e ne bevve una lunga sorsata

“Ehi, vacci piano. Va giù che è una meraviglia ma domani mattina sarai uno straccio” – ironizzò lui nel tentativo di metterla a suo agio, com’era sovente fare, temendo però di essere forse un tantino fuori luogo. Attese che lei si decidesse a rispondergli, in un modo o nell’altro, diversamente avrebbe fatto finta di niente e non le avrebbe chiesto più nulla.

La sentì sospirare prima di aprire bocca.

“Diciamo che vestire da donna non è stata una delle decisioni più sensate che io abbia avuto. Diciamo che non è stata all’altezza delle mie aspettative. Diciamo pure che forse è stato meglio così” disse tutto d’un fiato, riassumendo in breve senza sbilanciarsi troppo e, finalmente, si sentì sollevata da quel peso che l’attanagliava da giorni. Bevve un altro sorso mentre l’amico la imitava e continuò: “Tuttavia posso affermare che, nonostante tutto, è stata un’esperienza molto illuminante. Ho capito che non voglio essere chi non sono e, soprattutto, che non indosserò mai più delle scarpe come quelle”. A quell’ironica conclusione André si sentì sollevato e non riuscì a trattenere un sorriso, felice che Oscar si stesse confidando con lui e che, al contempo, non fosse più così amareggiata come la mattina successiva al ballo.
“Sarò sincero: mi chiedevo quanto tempo avresti resistito prima di togliertele e camminare scalza”. Forse fu quell’idea che la fece sorridere, sicuramente bisognava ringraziare il vino delle cantine Jarjayes.
“Se vuoi sapere come la penso, volevi farlo e hai fatto bene a farlo. Se non altro ti è servito a chiarirti le idee e quindi a qualcosa è servito”.
Lei parve fare un cenno di assenso mentre continuava a guardare il fuoco, inghiottendo il cumulo di angoscia e delusione che sentiva ancora dentro ma sollevata al contempo di sentire parole che in qualche modo approvavano o, quanto meno, davano una motivazione a quello che lei aveva ormai catalogato solo come un grande errore.
“E poi.. - continuò lui e si fermò esitando e Oscar si voltò verso di lui in attesa che continuasse - “devo ammetterlo: quell’abito di donava divinamente..”.
La vide sorridere, incerta se il suo amico volesse sollevarle il morale, farle un complimento o prenderla in giro. Poi rivolse nuovamente l’attenzione alle fiamme e sospirò seria. Infine, dopo secondi che parvero lunghi minuti, la donna posò il calice ormai vuoto sul tavolino dinanzi a sé.
“Mi sa che hai esagerato col vino, André. Meglio andare a dormire” concluse e l’uomo fu felice di vederla finalmente sorridere anche con gli occhi.

 

 

I giorni in Normandia trascorsero lenti e pacifici come il ritmo che Oscar si imponeva ogni volta che andava a fare visita in quei luoghi. L’obiettivo prefissato era stato raggiunto: in compagnia del suo migliore amico, in un clima sereno e spensierato, aveva ritrovato quell’equilibrio che aveva temuto di aver perso. Grazie anche alle parole di André, considerava ormai l’accaduto come una cosa su cui non era più il caso di rimuginare e che, in fondo, le aveva permesso di collocare le cose nella giusta prospettiva: finalmente si sentiva pronta a ritornare alla sua vita di sempre.

E così Oscar riprese servizio. L’unica cosa in cui sentiva di fare ancora fatica era quella di riuscire ad avere lo stesso atteggiamento amichevole con il conte. Non che ce l’avesse con lui ma temeva di avere qualche difficoltà a dissimulare la tranquillità dei rapporti che aveva sempre avuto; temeva inoltre di essere stata infine riconosciuta e pertanto, si tenne volutamente impegnata e lontana dai luoghi di ritrovo abituali della regina e della sua cerchia di amici. Prima o poi, ne era certa, anche quella cosa si sarebbe aggiustata.

In sua assenza il Cavaliere Nero aveva continuato indisturbato le sue attività. Era molto scaltro, lavorava da solo e nessuno era riuscito ancora né a catturarlo, né a metterlo in qualche modo in difficoltà.
Una sera, aveva confidato ad André di averlo incontrato, che aveva tentato di aggredirla certamente per derubarla e che non si aspettava certo di trovarsi una dama pronta a reagire ma che, vuoi l’effetto sorpresa, vuoi la difficoltà di muoversi con quel vestito, se l’era fatto scappare.

“Dobbiamo trovare il modo di prenderlo, André”

 

Fine Seconda Parte

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