PREMESSA: Come Le Rose fioriscono ad Arras anche questa fanfiction è nata un paio di decenni fa (a pensarci bene aggiungere qualche anno) ma ho sentito il bisogno di riscriverla di sana pianta perché contenuto e forma rappresentavano una visione dei personaggi e della storia poco esatta, per non dire assolutamente sbagliata. Ho dovuto modificare diversi elementi narrativi perché cozzavano appunto con l'idea che ho oggi dei personaggi, così diversa da quella che avevo da adolescente e la cosa più faticosa è stata cercare appunto di rimanere sulla stessa "idea" di fondo ma adattandola in modo più coerente coi personaggi. Spero di esserci riuscita. Buona lettura.

 

 

Quella sensazione di benessere e piacevolezza non bastava. Tutto quello che poteva osservare nella tenue luminescenza del salone adibito alla festa, il rumore di sottofondo, chiacchiere indistinguibili accompagnati da sguardi che le piovevano addosso, gli odori, gli umori attorno a lei, la scivolosa sensazione della seta addosso, il contatto delle sue mani che toccavano quelle di lui a passo di danza. Sbagliato, era tutto sbagliato. Cosa ci faceva lei, lì? Come poteva esserle venuta quell’idea?

 

L’ULTIMA DANZA
Versione 2026

Capitolo Primo

 

 

La balia entrò con un ingombrante vestito tra lei mani.
Rosa.
Si affrettò a nascondere la smorfia di disappunto: del resto, l’idea strampalata era sua e non era proprio il caso di fare la difficile.
Il momento peggiore fu quando dovette indossare il corsetto e, tra un’imprecazione e l’altra messa a tacere dall’arzilla vecchietta, benedì in silenzio la sua libertà. Non era un abito proprio all’ultima moda anzi, in realtà né a corte né in altro luogo aveva mai visto qualcosa del genere: forse la balia non voleva perdersi l’occasione propizia e, piuttosto che accusare ritardi o problemi sul confezionamento col rischio che Oscar cambiasse idea, aveva preferito approntare l’abito alla bell’e meglio tanto quello che contava, dopo averlo desiderato per tutta la vita, era vedere la sua bambina in abiti da donna. La cosa certa, realizzò mentre guardava il suo riflesso nell’attesa che l’acconciatura venisse ultimata, è che avrebbe avuto gli occhi di tutti puntati addosso e la cosa non le provocava nessun tipo di entusiasmo, anzi. Abituata a stare nell’ombra mal sopportava l’idea di essere oggetto di conversazione altrui. Ma ormai la cosa era fatta, tirarsi indietro non era sua abitudine.

“Sei una bellezza, ragazza mia”

Ed in effetti, doveva convenire, nonostante il disagio di indossare abiti che non aveva mai indossato e con cui non si sentiva affatto a proprio agio, il suo aspetto era decisamente gradevole, naturale tutto sommato in mezzo all’artificio del belletto, che non era eccessivo. E i capelli tirati su e circondati sulla testa da un diadema, mantenevano la loro ondulazione naturale tanto che per un attimo balenò nella sua mente il pensiero che qualcuno potesse riconoscerla. Ma dovette mettere  da parte quella preoccupazione quando la nonna del suo attendente concluse soddisfatta il suo lavoro e la invitò a fare presto: la carrozza la stava aspettando.

Si alzò dalla poltroncina accompagnata da un fruscìo di taffetà mentre la nonna e la cameriera che l’aveva aiutata le sistemavano le gonne; poi, le aprirono la porta della camera e la invitarono ad uscire.
Metteva un piede davanti all’altro con estrema cautela ritenendo che avrebbe dovuto insistere con la balia per indossare delle calzature più comode sotto il panier tanto, aveva spiegato, nessuno se ne sarebbe accorta, ma addosso le erano arrivati sguardi talmente affilati che si era frettolosamente rimangiata la proposta. Tutta concentrata sull’impegnativa attività di non cadere, guardò André ai piedi della scala nel momento in cui la governante, rivolgendosi al nipote, disse che quella sera sarebbe stata accompagnata a corte da un valletto senza la livrea dei Jarjayes.

L’estate regalava ancora delle giornate miti ma in campagna l’aria era fresca. Sotto lo sguardo indecifrabile del suo migliore amico, che certamente non era di grande aiuto nel calmare il palpito spaventato ed emozionato del suo cuore, Oscar si strinse così nel suo soprabito, accettò la mano del valletto che l’aiutava a salire in carrozza e partì verso la reggia di Versailles.

La nonna guardava raggiante la vettura allontanarsi mentre André, troppo serio, non riusciva ad allontanare i suoi occhi dalla carrozza fino a quando non venne inghiottita dal buio della notte.
“Non prendertela, André. Andrà tutto bene”

Sua nonna non avrebbe mai capito l’enorme cruccio che gli aveva messo addosso pronunciando quelle parole: quelle rassicurazioni gli mettevano in testa tanti pensieri.
Era talmente bella, strana in quegli abiti non suoi ma bella, bellissima. Non avrebbe mai immaginato che potesse piacergli ancor più di quanto gli piacesse, e gli era sempre piaciuta moltissimo. Indossare quelle vesti la costringeva a movenze più composte e controllate, connotate certamente anche da una certa insicurezza, ma che al contempo mettevano in evidenza un’innata sensualità di cui, in tutti gli anni vissuti l’uno accanto all’altra, era riuscito a cogliere solo rari frammenti, nell’improvviso scoprirsi del collo quando i capelli si raccoglievano tutti da un lato durante le loro uscite a cavallo, per esempio, e che adesso, con quegli abiti, esplodeva in tutta la sua magnificenza togliendogli letteralmente il fiato.

Aveva cercato di tenersi occupato in assenza di lei con le più disparate attività: accertarsi che nelle scuderie fosse tutto in ordine, che non ci fosse bisogno di nulla. Ritornò poi nei locali delle cucine, gironzolando intorno alla nonna per sapere se c’era qualcosa che potesse fare per esserle d’aiuto.
“Vai a dormire, qui ci penso io” rispondeva distrattamente l’anziana mentre impartiva ordini al personale di cucina impegnato a concludere le proprie mansioni.
Ma André non avrebbe chiuso occhio se prima non si fosse accertato che Oscar fosse tornata a casa. Scacciò il baluginante pensiero che sarebbe potuta anche non tornare affatto e rimase in cucina, a far compagnia all’anziana donna: era sicuro che nemmeno lei avrebbe avuto pace fino a che Oscar non fosse rientrata.

La donna, stanca e soddisfatta di aver concluso la gestione di un’altra faticosa giornata, si tolse il grembiule, prese due calici e una bottiglia di vino e prese posto accanto al nipote, nel lungo tavolo della cucina in cui di solito pasteggiava la servitù. Versò del vino per sé e per il nipote, ben conscia della natura dei suoi tormenti e gli avvicinò il calice volta terminata l’operazione.

“Saresti voluto andare con lei, lo so, ma stasera non era proprio possibile”

“Ne sono cosciente. E forse è anche meglio così..” rispose lui assorto “No, dico davvero” si affrettò a dire quando si sentì addosso lo sguardo poco convinto di sua nonna. Lei bevve un sorso, posò il calice sul tavolo, sospirando.
“Ricordati che sei solo un servo. È tutta la vita che te lo dico”
Il ragazzo continuava a girare il bicchiere tra le mani, fissando l’ondeggiare del liquido all’interno.
“Dobbiamo stare al nostro posto. Quello che vuoi non è possibile. Ero felice quando il generale mi chiese di portarti qui per farti diventare l’attendente di Oscar ma – concluse amareggiata - avrei dovuto pensare a quello che sarebbe potuto succedere”

Le labbra di lui si stirarono a formare un sorriso, ma non c’era allegria nei suoi occhi, solo una sorta di rassegnazione.

La donna si sentì in dovere di continuare, quasi a voler convincere della giustezza del suo pensiero.
“In questo momento lei è a corte, insieme a gli altri come lei. Starà danzando, starà facendo quello per cui è nata e che le è sempre stato negato. Sii felice per lei” concluse toccando il braccio di André, cercando di scuoterlo da quel cupo silenzio in cui si era rifugiato e non si sarebbe mai aspettata la reazione che seguì.
“Ma come puoi dire una cosa del genere, nonna? Sai cos’ha detto? Che si domanda com’è possibile che Dio l’abbia fatta nascere donna! Ed ha avuto il coraggio di dirglielo in faccia, capito?” si era alzato, così come il tono della sua voce, dimentico della buona creanza e pieno zeppo di disappunto. Non occorreva specificare di chi stessero parlando perché sovente si erano scambiati sguardi eloquenti, tra nonna e nipote, nel periodo in cui il conte svedese era tornato dall’America e aveva soggiornato per qualche tempo a palazzo e, dopo, in occasione delle sue frequenti visite. André sapeva di non essere il solo ad aver notato Oscar, il modo in cui si rivolgeva al conte. Loro, che la conoscevano bene, coglievano la postura, l’impercettibile cambio del tono di voce, qualcosa nell’aria che rendeva evidente il tumulto nel cuore della donna. E mentre la governante si caricava di aspettative, inconsapevole che il cuore del bel conte fosse già impegnato, André si dannava l’anima per la gelosia.

“E poi lui ama un’altra persona. Per lui Oscar è solo un’amica”

“Te l’ho già detto: non sono affari nostri, non è affar tuo”. Poi il suo tono così come il suo sguardo si addolcirono. “Non nutrire false speranze. Siamo solo dei servi, più fortunati di altri, ma rimaniamo dei servi”. Diede un bacio al nipote “Cerca di riposare” concluse e lasciò la stanza.
Non poteva dirgli quello che pensava realmente.

 

**

 

Sentiva nelle orecchie i battiti del suo cuore.
Il valletto l’aveva aiutata a scendere dalla carrozza e lei si era incamminata verso la fonte di tutte quelle luci. I balli a corte erano gli stessi ma lei li aveva sempre vissuti e osservati attraverso una prospettiva diversa. Mentre gli ospiti pensavano a divertirsi lei dava ordini ai suoi soldati, pattugliava insieme a loro i dintorni del palazzo e i giardini più in prossimità, a volte da sola, più spesso con André, in un apparente girovagare che aveva senso solo per loro, una coreografia militare che le era ormai familiare. E quindi, di contro, si sentiva stranita, adesso, in quegli abiti che la costringevano ad una postura dolorosamente eretta e a far attenzione ad ogni passo. Arrancò sull’acciottolato e trovò un grandissimo sollievo quando mise piede all’interno del palazzo, dove i lucenti marmi del pavimento le davano una maggiore garanzia di stabilità. Si mosse verso la direzione in cui sentiva provenire voci e musica e, quando si accinse a varcare la soglia della sala da ballo, un valletto le chiese chi dovesse annunciare e lei rispose semplicemente: contessa di Harrach, il primo cognome che le venne in mente che non fosse francese, forse recuperato nei lontani meandri della sua memoria di adolescente in occasione dell’arrivo di Maria Antonietta in Francia. Il valletto non si scompose affatto e, dopo averla annunciata, fece il suo ingresso a testa alta fingendo una sicurezza che in quel momento sentiva di non avere ma che era necessaria per dare consistenza alla sua bugia. Percepì immediatamente sguardi che le si rivolgevano con ammirazione e curiosità: forse l’abito così insolito aveva catturato troppo l’attenzione ma prima che un profondo disagio potesse impadronirsi di lei, si fece avanti nella sala: poco dopo, venne raggiunta proprio da colui per il quale aveva deciso di fare tutto questo. La musica attaccò e il conte la invitò a ballare. Lei allungo la mano, sperando di non tremare di paura e di non sbagliare i passi – stavolta la donna da far danzare era lei.

I suoi movimenti si fecero sempre più sicuri nonostante non avesse dimestichezza nel farsi guidare. Così, smise di preoccuparsi e provò a godersi il momento. Si accorse però che l’uomo dinanzi a sé era con lei, ma non lo era veramente. Le rivolgeva la parola nei momenti in cui i passi permettevano loro di avvicinarsi. Le chiese da quale paese straniero provenisse, che non l’aveva mai vista a corte ma la sua attenzione pareva essere altrove. Si chiese perché allora avesse avuto così tanta fretta di invitarla a danzare ma poi si ricordò che era stato uno straniero a corte prima di lei e, forse, aveva avuto soltanto la buona creanza di metterla a proprio agio, essendo peraltro priva di accompagnatore. Era gentile, cortese – rifletté la donna - riconosceva in quella anomala vicinanza quei modi gentili e affettati che gli aveva visto adottare innumerevoli volte. Sembrava tutto perfetto ma un senso di disagio misto a intolleranza cominciò ad insinuarsi nel suo animo, sostituendosi al piacere di vivere quel momento come desiderava da tempo. Si vide dal di fuori e quello che vedeva era una che non era lei, con degli abiti che non erano i suoi e in un ruolo che non le apparteneva affatto e un profondo senso di disagio le si insinuò dentro: come le era venuto in mente di vestirsi da donna e partecipare ad un ballo per poter elemosinare una sottoforma di amore che non era altro che cortesia e affettazione? Come aveva potuto umiliarsi in quel modo, sforzarsi di indossare abiti che non aveva mai indossato, fingere di essere una fragile e delicata personcina pronta a farsi corteggiare come tante e sentirsi peraltro dire, dalla persona che credeva di amare, di somigliare incredibilmente al suo migliore amico. E improvvisamente tutte le fu chiaro. L’intollerabilità di quella situazione divenne enorme, inciampò sui suoi stessi piedi. E quando il conte, nell’aiutarla a non rovinare a terra, l’avvicinò a sé e spalancò gli occhi in un’espressione di stupore, accorgendosi forse solo adesso chi lei fosse veramente, capì che era il momento di lasciare quel luogo, al più presto possibile.

Si accorse di aver ripreso a respirare di nuovo quando il buio l’accolse e il freddo della sera le fece rabbrividire le parti di pelle esposta. Si fermò, finalmente sola e l’affanno iniziò a scemare. Davanti a sé, un putto alato di cui scorgeva soltanto qualche linea del viso grazie alla luce della luna, la osservava con aria di stizza nella sua statica posa e lei, sfinita, vi appoggiò le braccia sulla base che era all’altezza del suo petto e le lacrime iniziarono ad uscire, dirompenti, dal suo volto per tutto quel tempo perso a sognare qualcosa che non esisteva nemmeno e, presa tutta da se stessa e dal suo dolore, non si era accorta di una figura che si avvicinava.

D’improvviso sentì braccia decise avvolgerla e una mano invadere il suo volto, impedendole di gridare. Lo shock durò un solo istante perché l’istinto di sopravvivenza e soprattutto gli anni di scuola militare le vennero in aiuto. Scivolò come un’anguilla dalla sua presa a furia di calci e gomitate ben piazzate cogliendo di sorpresa il losco individuo che non si sarebbe mai aspettato che una donna indifesa, come in quel momento doveva apparire, sarebbe stata in grado di sfuggire alla sua presa. Cosicché all’uomo non restò altro che ricomporsi e raggiungere le tenebre fuggendo via. Oscar ebbe appena il tempo di rendersi conto che la figura, vestita di nero dalla testa ai piedi, non poteva essere che il Cavaliere Nero, il ladro che ormai da qualche tempo aveva preso di mira le residenze di molti nobili di Versailles e, mettendo da parte il suo dolore, si asciugò le lacrime dal viso e se ne tornò a casa con in testa un obiettivo ben preciso.

Fine Prima Parte

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