L'ULTIMA DANZA
Parte Seconda
ERRORI DI UNA
REGINA INCOMPRESA
Il giorno dopo Oscar ritornò a Versailles per il suo servizio; non ne aveva per
niente voglia, ma la Regina aveva bisogno di lei per delle faccende importanti e
non poteva esimersi dal fare ciò che il suo dovere le imponeva. André l’aveva
accompagnata ma ben presto aveva dovuto lasciarla da sola.
Mentre camminava lungo i corridoi di palazzo, lo vide. Fersen era lì e stava
parlando con Girodel. Che cosa doveva fare adesso? La miglior cosa, si disse,
era di comportarsi come se niente fosse. Continuò a camminare finché non li
raggiunse. Hans fu il primo a parlare.
“Buongiorno comandante”
“Buongiorno, conte di Fersen e buongiorno anche a voi Girodel. Perdonatemi, ma
Sua Maestà la Regina mi sta aspettando. Con permesso”.
Così si congedò e si diresse difilata verso le camere di Maria Antonietta.
Subito dopo venne ricevuta dalla regina. La sovrana chiese alle dame di
lasciarla da sola, compresa la contessa di Polignac che, sorpresa, le fece un
piccolo inchino dinanzi e seguì le altre dame.
“Oscar”
“Maestà”
“Avete saputo che fra una settimana ci sarà un fastoso ballo qui a corte? A
causa del mio ritorno qui a Versailles dal Trianon, Sua Maestà il Re ha deciso
di organizzare un ballo nella sala degli specchi”
“Si, ne avevo sentito parlare”
“Vi ho fatto venire qui perché volevo parlarvi. Vedete, qualche tempo fa il
conte di Fersen è venuto a farmi visita al Trianon e mi ha parlato della
situazione che si è creata in questi ultimi anni in Francia. Io… mi dispiace
molto, so che la colpa è mia e dei miei sperperi di denaro…”
“Maestà, voi…”
“No, lasciatemi finire Oscar. Forse adesso è tardi per rimediare a tutto il male
che ho fatto, ma spero di poter aiutare il mio popolo. Questo è l’ultimo gran
ballo che ci sarà qui a Versailles, lo prometto”.
Disse con aria triste. Oscar pensò che la sua regina, finalmente, aveva
compreso, o almeno stava provandoci, a comprendere il suo popolo, la sua
nazione. Adesso forse le cose sarebbero andate meglio. Il comandante si avvicinò
e le baciò la mano, in segno di estremo rispetto. Ad Antonietta tornò il
sorriso: s’era finalmente tolta un peso dallo stomaco.
“E adesso potete anche andare Oscar. Vi ringrazio per avermi ascoltato; voi
siete l’unica persona amica”
“Vi ringrazio molto, Maestà”
Si inchinò nuovamente e uscì.
Il giorno stava quasi volgendo al suo termine. Il comandante De Jarjayes
ritornava a casa.
Si era alzata una lieve brezza che faceva ondeggiare i capelli della donna e la
criniera di César che se ne stava a testa bassa, trottando. Le nuvole nel cielo
erano cariche di pioggia; la donna alzò gli occhi verso l’alto e si rese conto
che quella notte avrebbe piovuto sicuramente.
Perché non riusciva a scacciare via dalla sua mente la figura di Hans? Era
bastato vederlo solamente un istante per scatenare di nuovo in lei quell’orrenda
sensazione? Si sentiva quasi mancare per il terrore e lei non aveva mai avuto
paura di nulla! Era questo che le dava più fastidio. Da sempre era riuscita a
tenere sotto controllo i suoi sentimenti, i suoi gesti, e il solo vedere Fersen
riusciva a metterla sotto sopra in questo modo. Aveva passato il pomeriggio a
cavalcare in mezzo alla campagna, chiedendosi tante cose: il perché Fersen non
le aveva detto nulla era la domanda a cui non riusciva a dare una risposta
coerente; quando poco prima si erano incontrati lui si era comportato come se
non fosse successo niente. Forse anche lui si sentiva in imbarazzo?
Il sole era ormai tramontato quasi del tutto: si intravedeva solo una sottile
striscia rossa all’orizzonte. André l’aveva preceduta a casa e adesso la stava
aspettando vicino al cancello. Appena la vide in lontananza, le venne incontro
su Artaq.
“Tutto bene?” le chiese.
Oscar gli sorrise in risposta; si, adesso stava meglio. Decisamente.
UN NUOVO GIORNO
L’aria era umida e fresca quando Oscar aprì la finestra francese del balcone
della sua camera. Come aveva previsto, durante la notte c’era stato un forte
temporale i cui fulmini, spesso, avevano illuminato la parete della sua camera,
in una danza di luci e ombre. I temporali non le facevano per niente paura e, in
realtà, le piacevano. Sin da quando era piccola le piaceva guardare oltre i
vetri della finestra mentre la pioggia scrosciava fuori, e bagnava il sentiero
ciottolato, le piante del cortile. Era un passatempo strano, quasi assurdo, ma
le piaceva e la rilassava enormemente; quando si sentiva triste, o aveva qualche
problema particolare che la torturava, trovava rimedio guardando la pioggia…
oppure andava ad allenarsi con André alla spada o alla pistola.
Uscì dalla sua camera dirigendosi verso le cucine, dove la nonna le aveva
preparato la colazione: già dal corridoio riusciva a sentire il profumo di
croissant caldi e di biscotti appena sfornati.
“Ciao” le disse una voce familiare…
“Buongiorno André “ e si sedette. “Nonna, i tuoi biscotti sono buonissimi! Come
farei senza di te?”
“Ti ringrazio Oscar, sei molto gentile. E tu André, non mi fai mai un
complimento” disse con finta aria imbronciata.
“Ma cosa dici nonna” rispose alzandosi e abbracciandola “Lo sai che sei la
migliore nonna che io abbia mai avuto!”
“Certo”, aggiunse lei “Sono la tua unica nonna!”.
E nonna e nipote cominciarono a ridere. Oscar li guardava di sottecchi mentre
sorseggiava il latte caldo. Questo era uno dei momenti in cui rimpiangeva di
essere cresciuta; quanto avrebbe voluto rimanere lì a vedere André e sua nonna
che litigavano amorevolmente… le mestolate e i pizzicotti… In quel momento si
rese conto che André e sua nonna si volevano molto, molto bene. Anche lei amava
suo padre, e sua madre, ma non c’era quella complicità, quel calore che invece
era presente in quel quadro di cui era muta spettatrice.
Pensò che in realtà la sua ‘famiglia’ era proprio Nanny e André.
“Dai André, adesso smettila di torturare tua nonna e vieni con me”
“Ah… si, hai ragione. Nonna, ci vediamo stasera” e accompagnò le parole con un
bacio sulla guancia.
“Mi raccomando ragazzi, state attenti!”
“Sì nonna!” risposero all’unisono.
I due si diressero verso le scuderie e una volta sellati i cavalli, partirono
alla volta della reggia di Versailles.
“Sai André, ieri ho parlato con la regina. L’ho trovata molto cambiata: ha detto
che quello che darà la prossima settimana, sarà l’ultimo gran ballo di corte”
“Bene, è un’ottima cosa questa. Finalmente la regina ha compreso di aver
sbagliato in passato”
“Si, ma temo una cosa: che ormai sia troppo tardi per rimediare”
“Forse hai ragione, ma tutti abbiamo diritto ad un’altra possibilità e anche la
regina Maria Antonietta ne ha una”
“Si, me lo auguro anch’io”.
La giornata trascorse in modo tranquillo, senza imprevisti né interruzioni.
Mancavano meno di sette giorni al ballo e i preparativi erano in corso. Sarti,
parrucchieri, musicisti, valletti, tutti correvano da un posto all’altro, come
api intorno al miele, cercando di sistemare questo e di aggiungere quell’altro…
i tappeti, i fiori… i cuochi… Le dame sembravano prese in un delirio: cosa
indossare per l’ultimo grande ballo di Versailles? E le sarte come impazzite
andavano di stanza in stanza per accontentare ogni marchesa, ogni baronessa e
ogni contessa, portandosi appresso pacchetti, manichini, nastri e merletti.
Fine Parte Seconda
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